Ore 17:30 P.zza di Porta S. Stefano 1
A seguire:
- dibattito
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Non c’è giorno in cui la propaganda bellica del nostro governo (ma la lista dei tanti governi nel mondo si fa lunga) non cerchi di permeare i nostri sensi per disporli ad una naturale assuefazione all’idea di un «inevitabile» futuro di guerra. Nelle scuole di ogni ordine e grado si sperimentano comportamenti, percorsi e curricula formativi del tutto subalterni alle logiche di guerra e agli interessi politico finanziari a loro legate. Ormai da anni scuole di ogni ordine e grado, università diventano sempre più laboratori sperimentali per formare lo studente soldato, votato all’obbedienza perpetua.
In esse, attraverso i progetti di Formazione Scuola-Lavoro (PCTO), si mira a promuovere la carriera militare tra i giovani promettendo loro miglioramenti economici.
Due proposte di legge del Dicembre scorso dovrebbero suonare da campanello d’allarme per i venti di guerra. La prima in Germania ha visto il parlamento tedesco approvare la nuova legge sulla leva. Con essa si mantiene il servizio militare volontario, ma tutti i giovani di sesso maschile saranno obbligati a rispondere ai formulari dell’esercito e sottoporsi alla visita di leva. Dal 2026, tutti gli uomini e le donne che hanno compiuto 18 anni riceveranno un questionario che verrà compilato online e nel quale dovranno indicare se hanno intenzione di arruolarsi o meno. Solo i giovani di sesso maschile saranno obbligati a fornire una risposta, mentre le donne potranno scegliere se farlo o meno.
La seconda proposta propagandata dai media riguarda il nostro Stato. A gennaio il ministro della difesa Guido Crosetto presenterà al parlamento italiano un disegno di legge sul servizio militare volontario, anticipato dal questionario dal titolo: Guerra e conflitti,già inviato alle scuole dall’AGIA, avente come destinatari gli studenti tra i 14 e i 18 anni per sondare il terreno sul senso del dovere militare. Il questionario, di 32 domande, parte con una retorica domanda che pone un assunto positivo, «Se il mio paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei» poi chiede ai ragazzi «quanto sei d’accordo con questa affermazione?». L’indistinta responsabilità dell’entrata in guerra (non degli interessi di classi di sfruttatori che «reindustrializzano» i loro capitali producendo armi, non degli interessi geopolitici e colonialistici…) è la chiave di volta del militarismo così come del nazionalismo; quel fittizio noiche viene contrapposto agli altri, al nemico, è alla base dell’ideologia e della propaganda che sostengono l’intero sistema oppressivo dello Stato.
Il militarismo non fa altro che ampliare il coinvolgimento dei giovani proletari (in guerra non ci vanno certo i figli dei ricchi e dei governanti) all’interno di questa mistificazione; produce un coinvolgimento «cameratistico», una «mobilitazione affettiva», che trascina le classi inferiori nell’orbita degli interessi dei dominanti, chiamandoli nazionali.
Per tutto ciò, per noi, è urgente creare spazi di discussione e confronto tra le giovani e i giovani sul tema del militarismo. Enfatizzare soprattutto la dicotomia tra chi sostiene aprioristicamente la guerra non partecipandovi fisicamente (strateghi, politici, consiglieri militari, esperti dell’informazione, addetti alla propaganda) e ne subisce il morboso fascino e chi (la carne da macello) partecipa fisicamente ad essa e ne comprende la bruttura… come citava Erasmo da Rotterdam dulce bellum inexpertis (la guerra è dolce per quelli che non l’hanno sperimentata). Quando i cannoni tuonano, i proiettili fischiano, quando le schegge dilaniano corpi inermi, quando i civili disarmati vengono brutalmente uccisi, quello è il vero volto della guerra.
Un primo momento di discussione lo vogliamo far scaturire dal presentare un opuscolo, «Contro il militarismo e contro la guerra», che si suppone, dato l’anonimato, esser stato editato dagli anarchici della commissione antimilitarista della FAI nel 1947.
Si tratta di un testo senza tempo e talmente efficace da dar alimento ad una presa di coscienza antimilitarista anche nel periodo che stiamo vivendo; scritto con un linguaggio semplice, vivo, indirizzato alle vittime privilegiate del militarismo: proletari, giovani, donne (e, aggiungiamo noi, alle persone razializzate, con disabilità, LGBTQIAP+, etc).
In esso vengono analizzate le «ragioni» delle varie tipologie di guerre (di «liberazione», «guerre civili», «guerre sociali», «guerre controrivoluzionarie») ed ognuna di queste porta alla stessa conclusione: che tutte le guerre in quanto tali sono ingiuste. Servono a rafforzare lo Stato e il nazionalismo.
Rilevante è la seconda parte dell’opuscolo, sul fatidico «che fare?». In essa sono contenuti modi di essere, di agire, di lottare per far conoscere le pratiche dell’obiezione totale, dell’insubordinazione, e di un antimilitarismo veramente rivoluzionario che possa realmente sabotare la guerra.
L’antimilitarismo non è visto soltanto come la forma di lotta più concreta contro la guerra e le sue “logiche”, né soltanto come un non posizionarsi nelle fittizie contrapposizioni create da queste logiche (al nazionalismo e alle loro guerre gli autori sostituiscono la lotta internazionalista tra sfruttati contro sfruttatori, oppressi contro oppressori, che è nel contempo lotta anticolonialista e antimperialista), ma anche come la forma di lotta verso gli stessi principi gerarchici e autoritari che fondano le strutture del sistema di dominio e di sfruttamento, dove quotidianamente viviamo e che non possono essere riprodotte nelle proprie lotte.
Coscienti, come gli autori, che «non attraverso la guerra si può realizzare una rivoluzione ma soltanto attraverso la pace, poiché la rivoluzione non è tanto il prodotto di ventricoli vuoti quanto la creazione di cervelli riposati e di lucide menti»
Per accedere al circolo è previsto l’uso delle scale
